Filosofia

Nascita della Scuola filosofica Taoista Daojia.

Datare la nascita del Taoismo è impossibile, l’unica cosa che possiamo fare è quella di dare un riferimento indicativo sul periodo della sua apparizione, il quale corrisponde approssimativamente alla Dinastia Zhou e in particolare al periodo degli annali storici (770 –464 AC).
Questo periodo storico è molto importante perché corrisponde a quello in cui sarebbe vissuto Laozi, padre fondatore del Taoismo filosofico e Confucio, il fondatore del Confucianesimo.
I concetti che troviamo alla base del Taoismo e del Confucianesimo preesistevano ai fondatori delle due scuole, i quali non fecero altro che elaborarli e fissarli nelle loro rispettive dottrine.

Dopo l’avvento della dinastia Han, si cominciò a parlare della filosofia Taoista con il termine Daodejia, che indicava la “Scuola Taoista o Scuola della Via”, questo perché in Cina stava nascendo una forma parallela di Taoismo religioso che, pur rifacendosi a quello originario, si differenziava per gli aspetti materiali legati ai culti e alle divinazioni.
La scuola Taoista Daojia si rifaceva alle figure leggendarie di Laozi, Zhuangzi e Liezi, essa ci ha lasciato i più belli ed importanti testi filosofici di tutti i tempi, come il Daodejing, il Zhuangzi e il Liezi.
La scuola Daojia si rifaceva quindi a quel tipo di Taoismo legato essenzialmente alla riarmonizzazione con la natura e alle sue manifestazioni osservate nel “Non agire” (Wu Wei).

Mentre invece la scuola Daojiao, che tradotto significa all’incirca “La religione della Via”, raggruppava un tipo di Taoismo religioso popolare, il quale tentava di offrire alla gente la speranza di raggiungere l’immortalità del corpo, attraverso rituali e pratiche magiche, le quali utilizzavano amuleti, talismani e riti propiziatori.
È evidente che questo tipo di Taoismo religioso Popolare semplificava enormemente il lavoro alle persone del popolo, le quali per ricercare la propria Via o per incamminarsi verso l’immortalità, non dovevano più compiere difficili rinunce e profonde ricerche interiori, era sufficiente invece rivolgersi ad un esperto in materia per mettere al sicuro la propria anima.

Il Daodejing e la filosofia del Dao

Laozi è anche l’ipotetico autore del libro Daodejing, il quale rappresenta l’opera più importante del Taoismo filosofico Daojia.
In questa opera vi sono scritte in chiave sintetica le regole generali da seguire per rinvenire il Dao. Il Daodejing, che potrebbe essere tradotto in “Il libro della Via (o del Dao) e della sua Virtù”, si compone di due parti: una chiamata Tao e l’altra chiamata De.
Il primo carattere Tao o Dao è un termine che può avere diversi significati: esso può riferirsi alla Via da seguire in senso di stile di vita, ma può anche solo significare strada in senso di sentiero, oppure addirittura “arte”.

Il Tao si riferisce a quella legge Celeste o Cosmica che sta al di sopra di tutte le cose e regola tutti gli elementi dell’Universo. Siccome tale forza esiste al di là delle parole e della forma, fu chiamata Tao, ovvero “La Via Naturale”, nel senso di cammino verso la verità.
Il carattere cinese che si riferisce alla parola Dao è suddiviso in due parti ben distinte, la prima raffigura una testa di un uomo sovrastata da alcuni segni che potrebbero indicare approssimativamente il pensiero mentale, mentre la seconda indica un piede o qualcosa che esegue un cammino o un passo, dando il senso del movimento e indicando un percorso da seguire.
Il risultato delle due parti insieme si riferisce ad una Via o un sentiero da percorrere per raggiungere la comprensione della verità.
Invece, il carattere De sta ad indicare le virtù intrinseche di una persona, la forza interiore che un determinato individuo possiede fin dalla nascita. Questo potere è la più grande forza che un Taoista può possedere, in quanto è grazie all’ascolto di quest’ultima che egli si avvicinerà al Tao.
Per i Taoisti il termine Tao significava e significa tuttora “lo stile di vita per avvicinarsi alle leggi naturali”, mentre invece per i Confuciani la parola Tao era più sinonimo di “corretto comportamento in base alla classe sociale di appartenenza”.

Le azioni del Tao seguono un andamento spontaneo e non forzato, il Tao agisce senza fare, segue il normale flusso delle cose, e per questo che non è in conflitto con niente.
Laozi diceva che per conformarsi al Tao era sufficiente seguire il “Non agire” o Wu Wei. Il “Non Agire” però non significa “Non fare niente”, esso non indica una vita trascorsa nella passività, ma il “Non Desiderare”, “Il non attaccamento” alle cose terrene e futili.
Il Wu Wei si basa sul concetto del superamento di tutti i conflitti sociali evitando la partecipazione emotiva, annullando cioè qualsiasi differenza tra l’Io e il mondo: per fare ciò si deve ricercare la semplicità della vita, risalendo alle origini del Tao.

Il vero Taoista non forza mai gli eventi della vita, non cerca mai di dirigere le manifestazioni della natura, ma al contrario egli si inserisce nel flusso di questi eventi e cerca di amalgamarsi ed identificarsi in loro.
Se invece l’uomo tenta di modificare la perfetta armonia Universale ricercando dei desideri personali diversi da quelli che il Cosmo gli ha offerto, se si perderà ad inseguire le cose materiali senza vedere le cose autentiche e vere della vita, allora si distaccherà dal Tao.

Il Wu Wei insegna ad essere “ricettivi” a ciò che spontaneamente avviene in natura, ad ascoltare ed a seguire il messaggio che giunge dal Cosmo e che ci ricorda chi siamo e che cosa dobbiamo fare; se perdiamo questa occasione, magari a causa di una distrazione per motivi futili e materiali, perdiamo anche la possibilità di esprimere la vera identità spirituale.
Ognuno di noi, infatti, possiede delle caratteristiche spirituali uniche, un po’ come le impronte digitali, ed è proprio grazie a queste caratteristiche individuali che possiamo rinvenire l’armonia della vita. L’essere umano dovrebbe liberarsi da ogni passione, desiderio e interesse, per ritornare alla semplicità di quando era un bambino.

“Legare senza lacci”, “Insegnare senza parlare”, “Compiere senza muoversi”, “Viaggiare senza spostarsi”, questa è la regola del Wu Wei.
Come l’acqua, scorrendo tra i monti, trova la sua strada senza cercarla, così il Taoista deve muoversi nel mondo, senza cercare cosa essere, ma imparando cosa non essere.
La capacità di vedere le cose per come sono, diviene essenziale per il non agire in quanto l’intuizione spontanea è la base della saggezza.
Tutte queste frasi lasciano abbondantemente trasparire la vera essenza del concetto Wu Wei.

Ciò che è importante sottolineare è il fatto che per i Taoisti è fondamentale seguire sia la spontaneità, sia la verità della vita, intesa come manifestazione del Cielo e della Terra.
Anche il desiderio di conoscenza, il volere approfondire troppo le cose e quindi la scientificità estrema, porta l’uomo ad un distacco dalla verità del Tao.
L’incessante inseguimento della conoscenza distacca l’uomo dalla natura, concentrandolo su quella singola cosa; in questa distrazione, egli non riesce più a percepire l’essenza del momento e quindi perde l’armonizzazione con il Tao.
La filosofia del Taoismo è quindi principalmente basata sul lasciarsi andare seguendo l’ordine della natura, senza forzature, al fine di rinvenire quella che viene definita “Immortalità”.
A tale proposito una frase Taoista recita così:

«Il Cielo e la Terra non vivono per se stessi e per questo vivono in eterno»

Il Taoismo ricerca l’immortalità nella fusione con la natura, ricerca la spontaneità del neonato o degli animali, al fine di vivere nella semplicità del naturale svolgersi degli eventi.
In una frase del Tao si parla di “Custodire l’Uno” come sistema per rinvenire l’autenticità della vita.
Lasciando che il Tao ci pervada, la nostra consapevolezza supererà le differenze tra buono e cattivo e ogni attività svolta proverrà direttamente dal Cosmo e saremo tutt’uno con il mondo: solo attraverso l’unità con il grande principio Universale è possibile raggiungere la verità e l’armonia dell’essere.

Se analizziamo invece il concetto del termine De vedremo che questo rappresenta la forza e la virtù che si nasconde in ogni essere vivente e che è in grado, se ben utilizzata, di guidare l’uomo verso la consapevolezza di sé. Senza il De non si può raggiungere il Tao.
Il De può essere paragonata ad una forza interiore da risvegliare e far emergere gradualmente nell’arco della nostra esistenza, una forza innata già presente al momento della nascita e in accordo con le leggi universali, una potenzialità che permette di compiere azioni che parlano del Tao e che quindi conducono verso di esso.

Il neonato proveniente dal Tao, mantiene in sé la vibrazione o la risonanza del De per tutto il tempo di gestazione.
Un bambino appena nato è la manifestazione vivente della forza vitale: non si stanca mai, grida con una forza incredibile, cade e rimbalza senza ferirsi e sopratutto si astiene da qualsiasi sforzo per raggiungere un obbiettivo o un fine.
Se il bimbo riuscisse a non distaccarsi dalla vibrazione risonante del Tao, sarebbe in grado di vivere in accordo con esso nel non agire.

«Il Tao che cerco non è lontano né è imprendibile, esso risiede dentro di me»

Coltivando l’interiorità, l’individuo può influenzare alcuni eventi quotidiani pur restando sempre in armonia con il grande ordine cosmico del Tao.
Il vero Taoismo si basa sull’esperienza personale individuale, per cui i Maestri e i Saggi sono indispensabili solo come guide nel difficile compito verso la scoperta di sé stessi.
Appare evidente che per poter svolgere al meglio questo tipo di studio, è richiesta una certa dose di solitudine, ma al contrario di come può sembrare non è necessario il completo isolamento: i primi Taoisti infatti si rifugiavano nella solitudine solamente “per capire” e dopo tornavano tra la gente “per vedere”.